Articoli e Interviste Estero

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Totò Cascio "Ambasciatore dell'Identità Territoriale"

A Totò Cascio il riconoscimento di "Ambasciatore dell'Identità Territoriale" del percorso Borghi GeniusLoci De.Co. della Libera Università Rurale dei Saperi& dei Sapori Onlus

Gli ambasciatori dell’identità territoriale, sono destinati ad assolvere a un ruolo fondamentale, comunicare e far conoscere il territorio, il quale assume un importanza crescente anche nei confronti del visitatore e del viaggiante, che ritrova un insieme di valori, ivi compresi quelli identitari.

Il prestigioso riconoscimento è stato conferito negli anni passati alle Miss Italia 2012 e 2014, a Miss Mondo Sicilia 2016, alle Miss Nebrodi 2014-2015-2016 a Natale Giunta, Diego Planeta, Antonio Presti, Giada Bellanca e alla cardiochirurgo Linda Pisano.

Lasciare la propria terra per inseguire il sogno di una realizzazione lavorativa, spesso comporta dei sacrifici, delle rinunce. Vi ricordate ‘Nuovo Cinema Paradiso’, quel bambino che fece tenere incollati milioni di telespettatori in tutto il mondo, il piccolo Totò? Lui inseguì un sogno, quello di diventare un regista famoso e di lasciare a malincuore i suoi affetti, il suo grande amore, Elena. Passano trent’anni e Salvatore, diventato un affermato regista, torna nel suo piccolo paese siciliano e trova tutto cambiato. Un film struggente, malinconico, accompagnato dalla colonna sonora firmata Ennio Morricone, che costò nel 1990 l’Oscar al grande regista Tornatore e a Totò Cascio che ebbe un enorme successo internazionale e la conquista del British Academy of Film and Television Arts nella categoria attore non protagonista (il più giovane a riceverlo) e tanti premi che susseguirono di lì a poi. Nel cast, il grande Philippe Noiret, scomparso qualche anno fa, che spronava Salvatore a lasciare la propria Sicilia per affermarsi nella vita. Quel tenero bambino, che correva qua e la, con l’accento tipico della sua città natale, Palazzo Adriano, un piccolo centro in provincia di Palermo, con i suoi occhi da cerbiatto, profondi e furbi, il suo sorriso travolgente e la sua genuinità, rimarranno sempre impressi nei cuori e nella mente di chi ha amato questo grandioso film che ha fatto la storia del Cinema. Un bambino come tanti, che ad otto anni va in terza elementare, gioca a calcio, fa i capricci quando deve fare i compiti e poi di colpo la sua vita cambia. “Lui è Totò Cascio, l’attore protagonista,″.
Il fato? Chi lo sa, ma lo stesso Totò ha più volte raccontato che la sua avventura è stata una volontà divina. Quel giorno quando andarono a visitare i bambini a scuola, per cercare un bimbo che facesse contrasto con la “stazza” di Philippe Noiret (Alfredo), un omone altro e robusto, di Totò non c’erano tracce. Sì, perché lui, impaurito dal fatto che, spesso, giravano i medici per i vaccini, si era chiuso in bagno. E mentre stavano per andare via, la supplente urlò: “Un attimo, fermi c’è un altro bambino in bagno”. E poi di colpo a casa da mamma Calogera e papà Giuseppe: “Mi hanno preso per fare un film”. E come ogni genitore, ad un bambino vivace e pieno di fantasia, la risposta fu: “Ma dai, smettila, non dire stupidaggini!”. Da allora la storia l’avete capita già. Cominciò il primo incontro con Giuseppe Tornatore, che rimase subito colpito da questo bambino vivace che di lì a qualche anno gli avrebbe fatto vincere il premio Oscar ad Hollywood. E cominciarono le riprese. “Inizialmente fu un disastro – racconta oggi Totò Cascio – era estate, la scuola era finita e io volevo andare a giocare con i miei amici, per me stare lì era una sofferenza. Un giorno feci arrabbiare di brutto Tornatore, perché gli feci ripetere una scena ventimila volte. Lui per spronarmi mi disse: ‘A Roma sono tutti scontenti di te’. Per Roma, lui intendeva la casa di produzione. Lì capii che non era un gioco e di colpo diventai un piccolo uomo. Ero un bambino e come tutti i bambini anch’io volevo sentirmi importante. Tra una pausa e l’altra arrivavano i giochini, le merendine, insomma ero super coccolato da un cast favoloso e indimenticabile. Tutti mi hanno lasciato qualcosa e mi hanno insegnato tanto”. Un film che inizialmente fu un flop, andò malissimo, uscì con la versione integrale e un po’ forse annoiava. Poi capirono che per portarlo nei festival doveva essere accorciato. Nacque così questa strategia vincente, che li portò ad uno strepitoso successo. “Girai il mondo e mi divertivo da matti – ricorda Totò cascio -. Per non parlare del Giappone, andavo e venivo continuamente da lì, per spot pubblicitari e girare nei vari festival. Ero piccolino e prendevo tutto per gioco. Ricordo che i giapponesi mi facevano ridere da matti quando parlavano e allora io gli facevo dire parole in siciliano e poi li registravo”. Il bambino più minuto della classe, prelevato per caso in una scuola nell’entroterra siciliano, che diventa una star. Comincia per Totò l’ascesa, i registi più importanti del mondo lo cercano e lui comincia a girare parecchi film, dieci per l’esattezza. Poi decide di fare una pausa. Pausa, questa, che l’ha portato a diventare un imprenditore di successo. Totò ha investito con le attività commerciali. Ha aperto due supermercati, un ristorante e un bed and breakfast nel cuore della Sicilia. Oggi Totò è un uomo adulto, di grandi valori. Lo guardi e intravedi quel bambino che urlava: “Alfredo, Alfredo”. Lo riconosci subito, basta guardare quei suoi profondi occhi, il suo viso ovale e i lineamenti mediterranei rimasti intatti nel tempo. Totò è sempre quel vivacissimo bimbo, solo con qualche anno in più e quella maturità che gli ha permesso di diventare l’uomo che è oggi.
Un uomo che ha fede, che crede nei veri valori, che non ha mai abbandonato i vecchi amici. Generoso, altruista e con tanta voglia di ripartire da dove ha cominciato. “All’epoca – ci dice sempre – dopo aver girato tanti altri film, decisi di fermarmi e di pensare alla mia amata Sicilia, per costruire, per creare un futuro, per investire. Oggi sono pronto e maturo per ricominciare”. Ed in effetti Totò Cascio, si divide tra le sue attività e i tanti inviti in giro per il mondo, tra festival e interviste. ‘Nuovo Cinema Paradiso’, infatti, a 25 anni dall’Oscar, è capace ancora di emozionare il pubblico americano. “Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del paradiso”. Una frase, questa del film, che Totò ha fatto sua, nella vita di tutti i giorni.

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Il mio Cinema Paradiso a casa di papà e mamma

A 8 anni diventò la star del film-Oscar di Tornatore "Recitai la mia fuga, in realtà non mi sono mai mosso"

Quasi non te l’aspetti di vederlo, qui, in un paesino di 2.500 abitanti lontano da Palermo due ore di tornanti e di vette.
Per i milioni di spettatori che si sono commossi davanti a «Nuovo cinema Paradiso», lui lasciava la Sicilia per sempre, via dalla «terra maligna». Diventava un regista di successo, senza voltarsi mai indietro come Orfeo, ricacciando indietro la nostalgia, il grande amore, i legami familiari. Così, quando Totò Cascio, il bambino del film-premio Oscar di Tornatore ti appare, trentunenne, tra le mura di pietra di Chiusa Sclafani con un sacchetto di arance in mano, viene da dirgli: «E tu che ci fai qui? Ma non mi dire che alla fine sei tornato...». Vorresti chiedergli pure se poi l’ha ritrovata la sua Elena, la bionda ragazza dei sogni aspettata invano per giorni interi sotto un balcone, a dispetto della pioggia e del sole.

Difficile distinguere tra realtà e pellicola, quando il sorriso è quel sorriso, quell’irresistibile contagiosa miscela di ingenuità, soave monelleria, intraprendenza bambina. E quando la voce è quella voce, con l’inflessione dialettale che addolcisce le battute di spirito.
Già, il Salvatore del film se n’è andato per sempre, portando con sé gli spezzoni di pellicola avuti in eredità da Alfredo-Philippe Noiret, ma Totò Cascio la parabola l’ha fatta all’inverso. È tornato a casa con mamma, papà e i due fratelli, e la statuetta dell’Oscar che tiene in mano sembra precipitata in quest’angolo di Sicilia come il monolite di «Odissea nello spazio».
Quando aveva 8 anni, le riprese del film che l’avrebbe portato al successo planetario: il Grand Prix speciale della giuria al Festival di Cannes, poi l’Oscar per il migliore film straniero, la popolarità in Giappone da cui andava e veniva girando spot pubblicitari pagati a peso d’oro. «Mi faceva ridere da morire come parlavano lì a Tokyo racconta divertito - gli facevo dire parole siciliane, come Turiddu, e li registravo...».

Poi il ritorno nella sua terra, «perché quella è stata una favola ed è finita, ma io sono sereno. Ero bambino, per me è stato un gioco.
Se fossi stato più grande, magari mi sarei montato la testa, avrei fatto le valigie per andare a Roma. Ma io non ho voluto lasciare la mia famiglia, diventare un emigrante come quelli che vedo partire ogni giorno da qui, tutti insieme, dai nonni ai bambini. Nel film ad andarsene ce n’era uno solo, ed ero io. Qui sono spariti tutti i miei amici, chi a lavorare nell’esercito, chi nella polizia». Adesso la sua vita è nel supermercato di famiglia e soprattutto nel progetto di apertura di un ristorante-sala da ballo che - strizzando l’occhio al premio hollywoodiano - si chiamerà «L’Oscar dei sapori», un monumento alla sua storia cinematografica, con i fotogrammi giganti sul soffitto, i premi, le locandine. «Morricone mi ha dato l’autorizzazione a utilizzare la sua musica per la pubblicità su una radio privata, il fotografo di scena Luca Biamonte i suoi scatti, sono stati tutti gentilissimi», dice. Mostra il cantiere, orgoglioso, insieme con il padre Giuseppe che da sempre guida i suoi passi, sulle colline di Chiusa Sclafani: gli operai sono alle ultime battute. Vuol dire che i conti con il passato li ha davvero fatti. E che il rimpianto per le luci della ribalta, se c’è, è sepolto da tonnellate di buon senso. A ricordare quella favola, oggi ci sono i cimeli nelle teche del salotto: le targhe, il premio Bafta inglese, le fotografie abbracciato a Tornatore e a Noiret. Ma soprattutto ci sono i suoi ricordi, uno straordinario «dietro le quinte» che racconta la storia del bambino più minuscolo della classe prelevato dalla sorte nel suo banco di terza elementare e diventato star. «Il giorno che vennero a scuola a fare il primo casting - racconta - io sono scappato in bagno. Pensavo fossero venuti i medici per le iniezioni, allora c’era una campagna di vaccinazioni. L’insegnante, e quel giorno c’era una supplente, si accorse che ne mancava uno all’appello e mi venne a prendere, la dovrò ringraziare per la vita. Me la ricordo la sua voce: «Tranquillo, Totò, solo la fotografia ti vogliono fare». Lui sorrise all’obiettivo. Divertito, sollevato, forse un po’ vergognato. E quel sorriso, quello sguardo nero di brace, quei capelli corvini e fitti, quella corporatura che lo avrebbe fatto sembrare una formica accanto al gigante Noiret, conquistarono Tornatore e i suoi collaboratori. Qualche mese dopo, primo provino dal vero a Cefalù, poi quello a Palazzo Adriano, la cittadina-gioiello qui vicino dove è stata girata la maggior parte delle scene e dove la passione per quel film fa arrivare ogni anno frotte di giapponesi in torpedone. Lì si giocava la partita finale. O bianco o nero, o testa o croce, o dentro o fuori. «Eravamo in due, io e un bambino del paese di Bisacquino con cui ero diventato amico. Presero me, e lui non mi saluto più. Ancora adesso, quando ci incrociamo, non ci diciamo neanche ciao. Lo capisco perfettamente, ma mi dispiace».